L’idea che un musicista di strada possa spostarsi di piazza in piazza prediligendo uno strumento come il pianoforte acustico ad una più comoda fisarmonica, ad una tastiera o anche alla più blasonata chitarra può apparire ai più una pensata quantomeno bizzarra. Certamente non è sembrata una cosa strana a Stefano Cortese, secondo cui il rapporto con il proprio strumento viene al di sopra di qualsiasi altra cosa, e non conosce barriere logistiche.
Girando per l’Italia (e oltre) con il suo strumento in un furgone, questo originale musicista ha ideato uno spettacolo che via via si è sviluppato grazie agli incontri con la gente nelle piazze. Sono nati così dei personaggi che danno vita ad uno spettacolo di cabaret musicale che ha nel rapporto con il pubblico un elemento essenziale. L’aspetto “stradarolo” e anche un po’ fiabesco di questa singolare messa in scena ha dato il nome allo spettacolo – “La leggenda del pianista nel furgone” – ma ha anche stimolato la mia curiosità al punto da voler chiedere un’intervista a Stefano. Nel podcast sottostante trovate dunque l’audio della nostra chiacchierata, in cui si parla delle sue giornate da musicista di strada, di come sono nati i suoi personaggi, e di come si organizza per il trasporto del pianoforte.
L’intervista è stata realizzata a Matera lo scorso luglio, e pubblicata solo ora per via di un problema che questo blog ha avuto nel frattempo con un hacker.
Buon ascolto!
La leggenda del pianista nel furgone - Intervista a Stefano Cortese [12:32m]: Play Now | Play in Popup | Download (102)
A causa della mia pigrizia sono abbastanza lento quando devo comporre qualche nuova canzone. Normalmente passano mesi (se non anni…) tra l’idea iniziale e la stesura definitiva del pezzo. Compongo, insomma, quando ho tempo, voglia e un po’ di buone idee per la testa: circostanze astrali che raramente si verificano tutte contemporaneamente. Non mi era mai capitato dunque di comporre e registrare una musica nuova in meno di 24 ore. L’anomalia astrale si è però verificata nel dicembre del 2006, componendo la musica per il cortometraggio “A Monochromatic Lifestyle” di Paolo Battista.
In quel periodo a Paolo (allora mio compagno di appartamento), me e alcuni altri amici, era balenata l’idea di realizzare un cortometraggio partecipando ad un singolare concorso. Gli organizzatori avevano comunicato in mattinata ai partecipanti tre parole tenute fino a quel momento segrete, e da quel momento i vari gruppi avevano la rimanente parte della giornata per realizzare un breve film contenente le tre parole (o i concetti annessi).
Il mio contributo, appunto, è stato quello di comporre la musica iniziale, l’omonima “A Monochromatic Lifestyle”, cantata da Arianna Stefanini. Ho un ricordo molto bello di quella giornata, piena di adrenalina ed energie positive in cui ognuno di noi (un affiatato gruppo di amici e colleghi di lavoro) ha dato veramente il massimo.
Ora sono disponibili il video e il backstage del film, che potete visualizzare qui sotto. Vi invito inoltre a fare un salto anche sul sito della Cutre Production, che ha prodotto il cortometraggio.
Buona visione!
La scorsa estate, prima del mio trasferimento in Polonia, mi è capitato di scattare una foto panoramica del mio paese, Pomarico, che come molti altri paesi della Basilicata è dolcemente appollaiato su una collina. L’aver colto un senso di pace e di riposo attraverso quell’immagine mi compiaceva, ma come capita spesso non prestai molta attenzione alla cosa e accantonai la foto senza darle grande importanza. Caso volle, invece, che quella foto finisse per diventare la copertina di un libro, alcuni mesi dopo. “Tre racconti”, opera prima di Mario Lupo, è un libro che ha spesso riferimenti più o meno espliciti proprio a Pomarico, con sviluppi narrativi che mescolano abilmente la storia personale dell’autore alla pura fantasia. Il primo dei tre episodi, intitolato “La piccola Anna e zì ‘Nofrio”, ha per protagonista un bizzarro personaggio ai margini della società che si confronta quotidianamente con un misterioso passato. Il secondo racconto, “Lo stereotipo”, affronta con toni leggeri un tema pesante come quello del pregiudizio e del razzismo; mentre il terzo, “Il socialista”, ripercorre il pensiero del socialismo prendendo come spunto il contrasto tra un padre e un figlio, espresso attraverso due modi diversi di intendere la politica. Ciò che accomuna questi racconti, al di là del richiamo frequente al Sud – di cui l’autore è originario – è il gusto per il finale sorprendente, per il colpo di scena che spiega – in tutto o in parte – situazioni che fino ad un attimo prima si rivelavano misteriose o non pienamente comprensibili. “Tutto è vero, nulla è reale”, si legge tra le note di copertina. Proprio come il cielo chiaro di notte che è raffigurato nella mia foto.
Durante la mia meravigliosa esperienza portoghese di due anni fa, un nuovo modo di concepire la musica si è imposto alla mia attenzione. Lontano da ogni logica commerciale, ho potuto scoprire – e vivere – un contesto in cui l’esperienza musicale viene vissuta con gioia profonda, in cui i musicisti instaurano un rapporto di dialogo continuo con il pubblico, che partecipa spesso manifestando questa gioia attraverso il ballo.
Nel nord del Portogallo – e precisamente nei dintorni di Aveiro, ad Águeda, dove io risiedevo – c’è un gruppo di musica tradizionale che è protagonista del contesto appena descritto, e che fa di ogni concerto una vera e propria festa. Il gruppo si chiama Toques do Caramulo, e se oggi ne parlo è perché ha da poco inaugurato la sua pagina su MySpace, da cui si possono ascoltare alcuni brani. Luís Fernandes e i suoi sanno come rinnovare l’attenzione per la tradizione, che trattano sempre con grande rispetto, attraverso interpretazioni ricche di brio e di ironia. Lo spirito del popolo portoghese trova in quella musica del nord una delle sue più vere espressioni, anche se in un modo assai diverso dal più conosciuto fado, tipico invece di Lisbona. Vi consiglio caldamente di ascoltarli, anche se il semplice ascolto può solo fare intuire l’atmosfera di festa che ogni volta sono capaci di creare dal vivo.
Per me, invece, la loro musica è un bellissimo ricordo del periodo trascorso come volontario nell’associazione culturale D’Orfeu; la colonna sonora di un periodo indimenticabile.
A guardarli in faccia – così, di primo acchito – si direbbe che stiano per preparare un colpo in banca, o che comunque abbiano qualcosa di losco in mente. E invece no: sono due raffinatissimi musicisti!
Dal Martino (basso e chitarre – a destra nella foto) e Reiner Winterschladen (tromba) sono due musicisti tedeschi di grande sensibilità musicale. Riescono a trasmettere quanto di più poetico ci possa essere nell’arte dei suoni senza rinunciare a ritmi danzerecci, facendo l’occhiolino a sonorità smooth jazz. I due sono a capo di una formazione che si chiama Nighthawks, di cui avevo già parlato in un mio recente post. Ho comprato il loro ultimo album, intitolato “Nighthawks_4″, e lo sto ascoltando di continuo (chi volesse ascoltarne alcuni spezzoni, può farlo cliccando qui), dunque mi è sembrato il momento di parlarne anche sul blog.
Questo gruppo riesce a creare un’atmosfera speciale mescolando jazz, rock, funky (e altre cose…) con risultati veramente felici. Così, se la tromba di Reiner Winterschladen ricorda molto quella di Miles Davis, d’altra parte gli arrangiamenti e le sonorità del gruppo richiamano a volte i Dire Straits, a volte atmosfere brasiliane… insomma, un bel calderone, che ha comunque come tratto comune a tutti i brani dell’album una grande eleganza, dovuta alla sensibilità musicale dei due leader, di cui si diceva in apertura.
Comunque, se doveste incontrare per strada quei due, badate al vostro portafogli. Non si sa mai…
Ieri sera ho assistito ad un bel concerto degli Akkura, una band palermitana che suona un genere musicale da loro definito come “musica da crociera”. In effetti è difficile definirli, visto che mescolano con disinvoltura folk, rock, musica da banda e feste di paese.
La cosa che colpisce, ascoltandoli dal vivo, è la loro capacità di saper crare l’atmosfera di una festa, visto che il loro approccio alla musica è molto sanguigno – anzi “stradarolo” – e si vede chiaramente che hanno una lunga esperienza di palco alle spalle. A dire il vero, l’unica cosa che ieri mancava era proprio il palco, nel senso che hanno suonato nella piazza centrale di Matera con il pubblico accerchiato a loro. Il contesto, infatti, era quello del Lucania Buskers – Festival Internazionale delle Arti di Strada, e l’atmosfera era particolare anche per questo motivo. I sei musicisti, letteralmente circondati dagli ascoltatori, hanno saputo gestire bene la situazione a 360°, muovendosi continuamente all’interno del loro piccolo spazio e creando un curioso effetto sonoro che di volta in volta enfatizzava il timbro di alcuni strumenti rispetto agli altri a seconda della loro posizione in quell’istante.
Visto che nel momento in cui scrivo il loro sito ufficiale è ancora povero di contenuti, suggerisco di ascoltare alcuni dei loro brani dalla loro pagina su MySpace. Se potete, però, vi consiglio vivamente di andare ad un loro concerto e di prestare loro attenzione, perché sono molto bravi.
Ah, per i più curiosi, Akkura in palermitano significa proprio “fate attenzione”…
Se non li conoscete ancora… beh, allora dovreste davvero prestare loro un po’ di attenzione. Sto parlando di uno straordinario quanto insolito duo musicale chiamato Musica Nuda, composto da Ferruccio Spinetti (contrabbasso) e Petra Magoni (voce). Questi due nomi non sono certo nuovi agli appassionati di un certo genere musicale (jazz, per dirla tutta), ma sono certo che il loro progetto possa interessare anche chi non è proprio amante delle blue notes. Infatti, anche se l’impostazione jazzistica è alla base della formazione dei due musicisti, il repertorio da loro affrontato si muove all’interno di un genere “canzonettistico”, inteso in una accezione molto ampia. Giusto per fare qualche esempio, si va da “Roxanne” a “Mamma mia dammi 100 lire”, da “Nature boy” a “Splendido splendente”, includendo anche alcuni madrigali di Monteverdi. Ciò che colpisce, comunque, è l’estrema freschezza di tutto il progetto, che ha negli arrangiamenti contrabbassistici di Ferruccio Spinetti la chiave dell’originalità e nella voce di Petra Magoni la sua punta di diamante.
Vi consiglio dunque di ascoltare alcuni estratti dei brani dai loro siti internet (ci sono anche dei video, con canzoni complete), oppure dalla loro pagina su MySpace. In Francia sono molto famosi; qui da noi, come accade spesso, un po’ meno. Vogliamo recuperare sui francesi, o no?
Serena Benvenuti, in arte Arya, è una cantante di Firenze molto brava, interprete sia di brani originali (di cui è coautrice) che di cover. Serena trasmette una grazia ed una eleganza, nell’interpretare le sue canzoni, che derivano probabilmente dall’influenza artistica della cantante israeliana Noa, di cui è ammiratrice. Molto più delle parole, comunque, vale l’ascolto diretto della musica, dunque vi invito a prestare orecchio a due delle sue canzoni, “Foglie d’autunno” e “Dammi te”, sia in video che in mp3.
Dal 2003, inoltre, si è avvicinata al jazz e alla musica brasiliana, e ora interpreta brani noti e meno noti della “Musica Popular Brasileira” all’interno del progetto Tamanduà, trio vocale femminile accompagnato da una chitarra. I brani sono arrangiati ed interpretati molto bene, e questo tipo di organico dà, a ciò che è già brillante e solare di suo, una ulteriore freschezza. Anche in questo caso, l’ascolto è la miglior prova.
Pur conoscendo Serena solo attraverso i link che ho segnalato, mi sembra di percepire – oltre al talento – una tensione verso la ricerca che è ciò che contraddistingue i veri artisti. Teniamola d’occhio…
P.S. – Serena ha da poco tempo anche una pagina su MySpace, che sta man mano aggiornando. Qualcuno vuole farle una richiesta di “amicizia”?
In questi giorni sto ascoltando molta musica brasiliana, e in particolare una cantante che purtroppo in Italia non è molto conosciuta (dubito persino che sia distribuita), se non dagli appassionati del genere. Il suo nome è Maria Rita, è figlia della grande Elis Regina, ed è molto famosa in Brasile e nei paesi di lingua portoghese. Io l’ho scoperta appunto durante la mia permanenza in Portogallo, due anni fa, dove la musica brasiliana ha ovviamente grande seguito.
Maria Rita si inserisce nel filone della canzone d’autore brasiliana (interpretando, tra gli altri, brani di Milton Nascimento, Chico Buarque, e di suo padre Cesar Camargo Mariano), e veste le sue canzoni di arrangiamenti impeccabili suonati da ottimi musicisti. L’espressività della sua voce completa la magia della musica che ne esce fuori: una musica fresca, appassionatamente gioiosa.
Chi volesse approfondire la conoscenza di questa grande cantante può farlo agevolmente attraverso internet: suggerirei, per cominciare, una ricerca per “Maria Rita” su YouTube (sono imperdibili, a mio parere, “Muito pouco“, “A festa“, “Pagu” e il video, molto simpatico, di “Cara valente“). Se si vuole anche scaricare qualche mp3, lo si può fare dalle varie pagine a lei dedicate su MySpace (nessuna di queste sembra essere ufficiale, comunque vale la pena dare un’occhiata qui, qui, o qui), mentre tra i vari siti consiglierei MariaRitaMariano.net, perlomeno fino a quando il sito ufficiale non tornerà nuovamente disponibile; è in preparazione infatti la nuova versione, in vista dell’uscita ormai prossima del terzo album. Da acquistare purtroppo di importazione, magari online.
Gli amanti della musica alternativa polacca (non siate timidi, lo so che siete in tanti…) non potranno che ringraziarmi per questo post. Oggi vorrei parlare di un’artista molto interessante che ho scoperto durante un mio viaggio in Polonia qualche mese fa, su segnalazione di una mia amica del luogo. Maria Peszek è un’interprete decisamente singolare, che a tratti ricorda la ben più famosa Bjork, sia per il tipo di musica che, più in generale, per la bizzarria del personaggio. Pur non essendo particolarmente dotata vocalmente (la sua voce è, quantomeno, normale) ciò che incuriosisce e affascina è l’approccio complessivamente sperimentale del suo lavoro, che in alcuni brani mescola felicemente le sonorità elettroniche ad un quartetto d’archi, come avviene nel singolo “Moje miasto” tratto dal suo album “Miasto mania” (un disco le cui canzoni ruotano attorno allo spirito metropolitano di Varsavia, città in cui l’artista vive).
Purtroppo non posso dire nulla di specifico sui testi, perché la lingua polacca non è ancora alla mia portata, ma comunque vi invito ad ascoltare alcuni estratti dal suo album sulla sua pagina di MySpace: http://myspace.com/marysiapeszek. Io il suo CD l’ho ascoltato per settimane, spero che la sua musica piaccia anche a voi.
Filippo Maria Caggiani è un giornalista musicale indipendente. Su questo blog divaga tra il mondo delle sette note e quello del giornalismo di settore. Sempre meglio che lavorare...